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I giorni di Cuba
I segni. I colori. Le idee che nascono e prendono vita contestualmente ai rossi, ai bianchi, ai neri, ai verdi. Segni espliciti, spesso elementari, eppure elegantissimi. Cuba che parla dai manifesti e dai cartelloni, le vallas. La realtà e la fantasia. La cultura e il turismo.
Il messaggio sociale e la propaganda. Cuba che sconfina dagli stereotipi e si fa, attraverso la grafica, prepotentemente, arte. Cuba: universo deformato, stratificato, irrimediabilmente precluso allo straniero. All'altro. Cuba che si concede, docile, apparentemente prona. Eppure altera, nella sua unicità che è sangue, passione, speranza dolorosa. Cuba, tetta confortevole e sbarazzina, dalla dignità indigena, terra di poeti e musicisti, di cineasti e pittori. Terra di bellezza e di bellezze primitive e sfolgoranti.
Cuba popolata di fantasmi: Batista, gli americani, los Estados Unidos, Kennedy, Castro, la Baia dei Porci. Quei giorni drammatici (Usa-Urss, i missili, la flotta), vissuti con l'incubo del disastro nucleare. Ed Ernesto Guevara, il Che, venduto, tradito, assassinato.
L'icona che continua a perseguitare l'ormai sfinito líder máximo. Assieme agli esuli, agli anticastristi, all'embargo, ai boat people, alla censura, alla prepotenza del regime, alla miseria. Mille anni fa i barbudos: chi erano costoro? Dal nostro inviato a L'Avana le notizie arrivano confuse. Il nostro inviato ha il cuore tenero, il gioco nel sangue e il volto di Robert Redford. Chiami il 555.555 - sei volte cinque - e sul sedile del taxi, che ti porta dove non sai, puoi trovare anche l'adolescente che si vende.
La prostituzione a Cuba è proibita, perseguita. Ma l'esercito delle cavallerizze ogni giorno si ingrossa. L'arte di arrangiarsi per sopravvivere, nell'isola assediata, affamata, ma non ancora piegata.
Oggi a Cuba - nell'arte e nella letteratura - il fattore politico resta sommerso. Un dio che ha fallito. Superato dalle conseguenze, devastanti a livello umano, individuale e sociale. Una società che vive al buio. Costretta, mortificata da un regime che si è posto una bandana sugli occhi.
Rimozione del fallimento. Rimozione di catastrofi, mai rinnegate. Quel tempo che si chiedeva eroico, che si voleva di rinnovamento, quando Cuba riteneva un dovere finanziare, sostenere, supportare la rivoluzione in ogni angolo del mondo.La memoria cancellata: interminabile fila di croci, in Cambogia, in Sudamerica, in Africa.
Una stagione di genocidi. Se il capitalismo non ha mai fatto sconti alle masse, crudele, indifferente ed egoista, la rivoluzione, che mette in saldo la vita degli oppositori, degli scomodi, dei diversi, degli "inutili", diventa un'idea inapplicata, sporcata, tradita. La rivoluzione che provoca eccidi è un'idea meravigliosa che diventa criminale. Dove i criminali non sono "compagni che sbagliano" ma solo autorizzati assassini.
Oggi Cuba è una società frustrata, spesso disperata. Eppure ancora, miracolosamente, viva. È la Cuba della decostruzione. L'Avana della marginalità e del disincanto. Narrata, nello spazio letterario habanero, con il linguaggio di chi ha atomizzato l'ideologia. Il monolito castrista, sgretolato dalla prosa di un Arturo Arango, o di un Jorge Ángel Pérez. Polverizzato assieme al buono delle irrinunciabili, perfino coraggiose, conquiste sanitarie e scolastiche. Il racconto di chi presenta, ben oltre il socialismo caraibico, diventato logoro, sopravvissuto regime, il lato consunto della medaglia: un termitaio di emarginati, prostitute, mendicanti, mestatori, arrivisti. Bianchi, negri, meticci, senza distinzione.
Fino alla persecuzione, fino alla pena capitale. Una società al collasso, nonostante i maquillages della propaganda. Niente di diverso da quanto accade ad altre latitudini. Cuba è una dittatura, ma le sue favelas sono diverse da quelle di Rio o di Bogotá. Dagli affollamenti miserabili di Nuova Delhi o di Bangkok. Dall'emarginazione dei quartieri dormitorio di Parigi o Napoli. Ogni paese ha le sue vele stracciate. Cuba col cuore gonfio, dopo aver sognato l'Eldorado della giustizia e dell'eguaglianza.
L'Avana il contrasto è più stridente. L'Avana, oggi, non contiene i suoi abitanti, L'Avana, oggi, è i suoi abitanti. Con la consapevolezza di una stagione già vissuta. Di un tempo già accaduto: 1840, poi 1950. In quale altro posto del mondo puoi veder circolare, magari noleggiare, una Chevrolet Bel Air del '57, monumento di cromature, regina di un tempo (automobilistico) che fu? A quale altra latitudine puoi bere a peso (pesos) d'oro una birra ghiacciata in un bar che non dovrebbe esistere, cancellato ai tempi dell'economia pianificata, quando i bar si chiamavano "unità etilica" con accanto un numero barrato di quattro cifre?
In quale altro posto del pianeta puoi fidanzarti con Mercedes, mulatta dall'imperioso "cubano"? Il "cubano" non è un sigaro. Il "cubano" è il più bel culo che natura abbia confezionato. Un grande disegnatore italiano ne è rimasto ossessionato. "Cubani" nel segno, gli oggetti, le nuvole, i paesaggi. Il "cubano" che diventa scultura, viva e perfetta come una superficie di Henry Moore.
I manifesti di Cuba non sono solo grafica, segno e colore. I manifesti a Cuba sono la realtà. Provocatori, ideologizzati, integralisti, ingenui o sofisticati, quei manifesti sono l'espressione di una cultura. Cantano e suonano come il vecchio Segundo, del Buena Vista, quei manifesti.
Una cultura che c'era prima di Batista, prima di Castro. E che continuerà a vivere come in un bolero di Bola de Nieve. Come in un Carta Blanca, sorseggiato da una sciantosa in un bar con le luci ramate de L'Avana Vecchia, che non dovrebbe esistere.La casa-museo di Hemingway sta cadendo a pezzi, a Cuba. Il governo non ha risorse per restaurarla. Ma forse anche in questo caso le notizie del nostro inviato sono imprecise.
Là, nell'isola che incantò anche il papa polacco, la vita, oggi che sono in tanti a tirare la cinghia, la vida è più che mai un sueño. Ma, come ammonisce l'antico bolero, la realidad es nacer y morir. Se prendi atto, se ti convinci senza rassegnarti di questa inconfutabile verdad, meravigliosa e terribile, allora ti apparirà straordinario, ma non temerario, persino che un governo dispotico e consunto sposi provocatoriamente, senza senso alcuno del ridicolo, un pensiero stupendo.
Il pensiero che in ogni tempo, in ogni luogo, con la faccia pallida o dipinta, ogni uomo libero si è sempre portato nella bisaccia: no hay bloqueo para las ideas.
Non c'è embargo
(Non ci sono steccati Non ci sono confini Non ci sono carceri Non c'è, non ci potrà mai essere, dogana)
PER LE IDEE
Andrea Bosco
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